Decise all’improvviso di non svegliarsi più. Aprì gli occhi, li chiuse e li ripose al calduccio delirante delle sue coperte. Stavolta, ma non ne era sicuro, sarebbe stato per sempre. Fissava il soffitto logorroico in cerca di domande e bacetti della buonanotte. Le travi di legno da arredo gli raccontavano dei tacchi a spillo agitati e in fuga, dalla cucina al bagno allo specchio nel corridoio, della peruviana del piano di sopra, nei suoi folli preparativi per il sabato sera in centro. Pino credeva davvero di intravedere nelle fessure delle travi le mutandine in microfibra argentate della peruviana. Che nelle sue speranze più intime sperava non portasse. E che invece...
Nino russava a squarciagola i suoi ricordi più reconditi, agitandosi come un bambino di fronte all’Uomo Nero. Pino non avrebbe mai immaginato che un giorno, di lì a breve, lo avrebbe ucciso. Nel sonno.
Ma quella mattina, Pino, aveva altro a cui pensare. Prima di tutto si assicurò che fosse mattina. Restò deluso nello scoprire che non era passata più di mezzora dal momento in cui si era addormentato. Gli altri pensieri, così, svanirono di colpo. “Ma come cazzo...” - pensò. La serata gli era scivolata addosso, come le mani oleose del meccanico che la mattina gli costruiva la colazione. Aveva osservato i pixel neri della televisione, senza popcorn, mangiando riso in bianco e olio crudo in compagnia della Sconosciuta.
La Sconosciuta cenava in disparte sulla tavola, imbandita dal mese prima. Aveva rubato cibo in scatola alla mensa sociale del Partito Democratico. La Sconosciuta aveva dei bellissimi occhi gialli, ma li teneva preventivamente chiusi, al riparo dagli sguardi indiscreti di Pino.
Ma in un istante inatteso Pino fu attraversato da una sensazione strana che gli risalì dal cazzo in su. Guardava distratto una pubblicità della Lines, in cui una ventina di bambini coi pannolini saltellavano umidicci sotto un cielo aerografato dagli schiavi di David La Chapelle. Pino aveva il cazzo duro e non voleva capire il perché. Un bambino si chinò felice nel raccogliere il suo giocattolo dal tappeto catodico di gommapiuma. Pino sudò freddo. La Sconosciuta disgustata se ne accorse e vomitò. Pino pensò sconcertato di essere un potenziale pedofilo. Ebbe paura e si diresse verso il letto, attraversando la cucina e lo sguardo indifferente della Sconosciuta. Si addormentò per una mezzora che gli sembrò una eternità. Una eternità lunga mezzora.
“Mezzora. Ma come cazzo è mo che... oddio” - pensò.
Nel buio soffuso della sua stanza Pino sentì una piccola mano accarezzargli la pancia, salire poi riscendere e girare attorno ai suoi capezzoli pelosi. Pino immaginò le lucine della tivù comporre in quel buio l’immagine di un bambino con un pannolino sporco di pipì. Ebbe ancora un brivido di terrore. Poi si tranquillizzò. Ora era un pedofilo a tutti gli effetti. Pazienza.
Prese il blocco di post-it scoloriti e si appuntò con calligrafia d’urgenza la volontà di andarsi a costituire l’indomani mattina tardi. Avrebbe implorato la castrazione e la fame chimica. E anche un po’ di metadone se fosse stato possibile. Avrebbe esibito il foglio di via rubato al rumeno che abitava nel suo portone con la speranza di una sacrosanta estradizione. Ai margini della società comunitaria. In esilio. In Svizzera. O magari in Lucania, come ai vecchi tempi. L’avrebbero dovuto accompagnare con tanto di guardie di frontiera al seguito. Era malato, era sbagliato. E ne era consapevole, come peggior cosa.
Altro che amorale, come avrebbe dichiarato la stampa locale. Conosceva benissimo la differenza tra il bene e il male. Era cresciuto nel più grande rispetto dei valori del preservativo e della poligamia. Conosceva benissimo i divieti della rivoluzione sessuale istituzionalizzata al potere: no amore, no sesso con bambini. Era sbagliato. Lui e la sua stupida testa.
Ai polsi già sentiva la pressione liberatrice delle manette dai denti di metallo e unghia. Unghia affilate con cura e sedute di manicure della Stazione. Sentiva i capezzoli tirati da denti, denti che poi gli mordevano la carne, incisivi e poi molari e alla fine appuntitissimi canini. Un’arcata dentale molto poco infantile. Niente che sapeva di latte ma soltanto smalto otturazioni e un accenno di tartaro. Pino ora schifava la bocca mitizzata dei bambini, capaci anche di scavargli dentro la carne che sovrasta il cuore. Poi allungò una mano e sfatò, compiaciuto, anche il mito della pelle liscia e profumata dei loro culetti. Infatti quel culo, grosso, era freddo. Era squamoso, anche. Quel culo, cazzo, era peloso. Ma quel culo, soprattutto... era grosso. Pino trasalì. Poi uno schiaffo violento gli cioncò la mano in tronco. “Fermo, coglione” – si sentì sussurrare nell’orecchio.
A parlare non erano, come Pino si aspettava, dei mugugni monosillabici o un più evoluto Pa – pà. Quello stronzo di un neonato aveva parlato benissimo, cazzo. E per giunta l’aveva chiamato coglione. Pino si sentì offeso. Reagì. Accese il display del cellulare, si fece luce, e aprì una pagina a caso del libro delle risposte.
“Hai fatto la scelta giusta!” – c’era scritto.
Pino allora tentò di ricordarsi la domanda a cui attendeva una risposta. Poi lasciò perdere perché un’unghia da neonato gli recise un testicolo. Un Pino smarrito decise razionalmente che una grande idea sarebbe stata quella di illuminare questo cazzo di bimbo, guardarlo negli occhi e spaccargli la testa in due. “Oddio. E se poi vengo a scoprire che sono un fottutissimo pedonecrofilo? E poi la stampa locale? Oddio”.
I timori di Pino anestetizzarono il dolore alle palle. Poi svanirono. Il coraggio si fece largo in lui. Prese il cellulare e illuminò il suo tormento erotico. Prima però, giurò a se stesso che avrebbe mantenuto la calma. Che non avrebbe ucciso né stuprato nessun cadavere di nessun infante.
La luce si diffuse rapida di fronte a lui. Illuminò prima due cosce ragionevolmente enormi. Poi una pancia rotonda con un buco nel mezzo che non poteva umanamente essere un ombelico, e che invece lo era. Poi due seni che nel contesto gli apparivano piccoli. Due capezzoli marroni. Poi un viso dolce. Un sorriso. Un piercing sul labbro inferiore. Poi un occhio socchiuso, nel cui iride giallo spiccava una palla nera e dilatata. Un fottutissimo occhio giallo. Poi la luce si spense.
“Quella troia della Sconosciuta” – pensò – “Cazzo”
Era quella troia delLa Sconosciuta. E ora Pino, lo aveva scoperto.
Strabuzzò gli occhi in un attimo perdendo inevitabilmente l’immagine catartica della galera e della punizione. La Sconosciuta con le ginocchia sulle sue spalle gli stava mangiando il petto e la pancia con la foga di un ratto affamato che scavava in cerca dell’inesistente formaggio sotto la sua schiena. La zoccola gli infilò la lingua insalivata nell’ombelico per poi uscirne e sputacchiare palline di cotone blu.
Pino pensò ad una stupidissima battuta sulla differenza tra fare il ’68 e fare la 69 ma non aveva la possibilità di aprire la bocca. La Sconosciuta gli si appollaiò sul viso e iniziò a sfregarsi la fica contro il muso di Pino. Pino sentì il tessuto del perizoma griffato che gli graffiava la faccia. Lei ricercava denti o quanto meno mandibole per poi accontentarsi anche della fronte e del cranio. La Sconosciuta agitando il suo sederino disinibito sguazzava felice sulla testa di Pino bagnata di sesso. La sconosciuta ansimava di piacere e rabbia mentre si masturbava l’ano con il naso di Pino, che nel frattempo perdeva sangue da un labbro.
La Sconosciuta tra uno schifìo di capelli peli e smegma si infilò in bocca il cazzo, e la plastica che lo avvolgeva, sbattendoselo sulla lingua, sulle guance calde e strofinandoselo sui denti freddi. Con le mani si tirava in bocca lo scroto affogandosi volontariamente. Dopo trentasette secondi Pino, svanì, con i suoi desideri, nella scomodità di un preservativo sfilato. Pieno.
Qualche ora dopo distrattamente si risvegliò, nudo, bramando i cornetti al cioccolato del Bar dello Sport. Dimenticandosi delle sue buone intenzioni di morte.
Amore, l'aria è fredda fuori,
ed è buio buio ed è tutto un buio cenere
scandito da lampi senza tuoni
amore sto viaggiando appeso sulle montagne.
C'è una tempesta di pioggia
ma la corriera non ha paura,
sfreccia e sgomma sul bagnato.
Amore, sono partito da poche ore.
Amore, qui pochi fanno finta di dormire
perchè hanno paura.
Amore, ho paura di dormire,
ho paura di morire.
La scrittura è questo,
è sottrarre qualcosa alla morte.
E' farti passare quel magone
che viene quando percepisci
che c'è qualcosa che stai perdendo,
che pian piano perderai tutto ciò a cui tieni.
La scrittura è il modo per consolarti,
almeno questo foglio rimarrà!
Scrittura è levare qualcosa alla morte,
è dare una consolazione al fatto che
i bei momenti passano sempre.
Amore, ora cerco di dormire,
la corrierà arrivera domattina,
o forse mai più,
ma questo foglio mi riporterà da te.
Allessandro Baricco, in Scrivere, che passione!
Cos’è tutto sto casino?
Non ho viaggiato per seimila cazzo di chilometri per sentirmi pure confuso.
La foresta cambogiana è il ritrovo letterario delle zanzare di ogni dove.
E mercanti allucinati col negozio virtuale su ebay.
Se foste in Medioccidente vi avrebbero già buttati giù da una rupe a voi bancarellisti da “15 euroogniccosa”.
Coi vostri banchetti nel tempio della concordia.
E non lo voglio il braccialetto in microfibra.
Che infondo Giesù era filo Romano – Imperiale, nei notiziari straordinari della CNN.
Il Santone sulla collina mi starà aspettando già da qualche reincarnazione.
Sono convinto che gliela cambierò, la vita.
Con le mie digressioni scurrili.
Con la mia prosa indecente.
Lo sherpa che mi guidava col GPS sulla strada asfaltata
Mi ha lasciato ai piedi della lunghissima scalinata che conduce al tempio.
Coi gradoni metallici.
Rifiuti industriali di vecchie scale mobili.
Delle sue spiegazioni validissime ho colto solo un misero “cu’ càzz!’”
A metà della prima gradonata mi sono buttato a capofitto nella rinuncia.
Esausto.
La mia sfida inferiore contro l’infinito non era altro che una simpatica cazzata.
Scaricherò le foto della sconfitta da qualche decantata vittoria su Flickr.
Col cellulare chiamerò il Santone scusandomi per lui.
Il Santone è sceso giù di corsa e in mezzo secondo era già davanti a me.
Mi ha sorriso e si è inchinato. A me.
Mi ha offerto del tè.
Mi ha parlato in una lingua ignota, rivelandomi le verità dell’Edizione della Sera.
Abbiamo meditato in silenzio contemplando la periferia industriale vietnamita.
Poi, stanco di essere capito, ha finto di essere distratto,
E quatto quatto gli ho consegnato i dieci chili di roba che mi aveva chiesto.
Con le siringhe, i cucchiaini e i limoni della Costiera Amalfitana.
Lui, cupo in volto, mi ha indicato l’uscita spacciandola come viadellasalvezza.
E duecentomila franchi svizzeri.
Ed è tornato di corsa su per le scale. Verso l’infinito più vicino.
Io, invece, prenderò un taxi e un treno ad alta velocità.
E il capitalismo mi impone servizi a domicilio.
E non venderò più droga a nessun guru di nessuna Cambogia, penserò.
Che sfiga essere nati calvi.
Penserò, anche.
prego, tocca a lei
come non è il caso, fino a poco fa lo era e nessuno proferiva parola
mi avete ingannato trascinandomi fin quassù?
Macchè, io ci vengo volentierissimo altro che mugugni.
E se mi fate incazzare mi butto di sotto.
Signore lava piedi sporchi a servi suoi.
voglio di più ancora di più, grida - il discepolo istituzionale - pure la testa la testa lava la testa!
l’acquasanta, covo di zanzare, ristagna nella sua natura divina e bagna me, che di vino un poco puzzo pure. ribollimi nell’ardore, sono nudo davanti a Te. composto, educato, pantaloncini rossi e calzette rosse e maglietta blu.. capelli spettinati e lunghi e sporchi d’olio e solitudine. sono solo e lo sono solo per Te.
nessun grazie giustifica il mio gesto.
prego e basta. poco. occhi al cielo. mi distraggo guardando arte. il genio e la sua copia impressa in olio su tavola o tela.
ad annunciarmelo è un canto fiacco, timoroso, banalmente stonato.
parto in ritardo ma recupero l’arretrato. segno di croce. velocissimo ripasso i miei peccati. dove non ricordo invento. invento e non lo dico. forse è peccato pure quello. mi redimo un po’ poi però non c’è più tempo, siamo oltre. ora la liturgia omaggia la Parola. prima salmo terza.. no.
maglia grigia, seduta dodicimila banchi avanti a me. che non siedo a un banco, ma in una nicchia sul fondo della chiesa.
accanto a lei c’è una ragazza peruviana. dall’altro lato il corridojo centrale.
accanto a me c’è un pubblico di diseredati molto scenici. due zingare e una troja in minigonna alla mia destra. un ragazzo in fuga dalle zingare alla mia sinistra. un ex metalmeccanico inginocchiato a san michele che implora un dopo-lavoro e accende ceri da 500 lire.
il sacerdote predica la sua sapienza. la predica piuttosto bene debbo dire.
maledico a me che non siedo mai ai banchi.
maledico a lei che ha tradito la nostra nicchia d’amore. la scena. e i diseredati tutti.
mi convinco ad ascoltare la Parola dunque. non ho di meglio da fare. la distanza mi addolora molto. e mi irrita ancora di più.
cheffaccio mi disinnamoro? sì, a questo punto..
lei entra dalla porta alla mia destra. e con lei entra anche una caterba di luce.
innocente e in ritardo. sguardo socchiuso alla fede, fugge discreta e siede dritta accanto a me.
Signore, Signore, perdonala. è colpa mia. giustifica il suo ritardo. chiudi gli occhi. oppure guarda me. ti ho mentito sui peccati che ho commesso. li ho inventati per apparire più sporco agli occhi tuoi. perché Tu possa lavarmi piedi e capo. la testa la testa lava la testa.. e mentre mi punisci e mi perdoni girati dall’altro lato. affinché lei possa entrare senza essere vista. pulita dal suo ritardo. perfetta come una donna perfetta.
ma allora chi cazzo avevo visto prima, dodicimila banchi avanti a me? una ragazza sotto mentite spoglie che ha cercato di camuffarsi da amo_e?.. no, non mi fotti. stronzetta, tu non eri lei.
scusa, tesoro, se ho dubitato. di te e della tua dietrologia da fondo-chiesa. tu di spalle. tu bella. tu dolce. tu pulita in mezzo a noi. tu, impunita agli occhi Suoi. bella.
grazie che non hai posato il tuo sguardo sul mio viso stanco.
grazie di aver covato in me la speranza e di averla disillusa poi illusa e poi di nuovo cazzo disillusa.
la messa sarà finita e io non lo saprò mai.
capelli corti e per niente armonici che mi ricordano me da piccolino. magra di perfezione e seni.
la messa sarà finita ma a me, non mi interessa più. posseggo sotto i miei occhi le tue vergogne decorose nascoste da bianche mutandine nascoste a loro volta da un’altrettanto bianca gonna. gonna e lunga.
i tuoi piedi anch’essi sono lunghi e un po’ indecenti. le tue scarpe orribili fanno pendant con la tua minuscola borsetta leo-zebrata. orribile pure lei ma non importa.
il tuo culo mi tiene in vita. signore abbi pietà di me. prega Tu per me anche se io non ti prego più.
la messa non è finita e ne avrà ancora per un po’. tutto il tempo che..
..la messa è finita e io con lei. bramo la mia pace, mentre mi preparo alla guerra.
nessun tuo sguardo ad abbracciare il mio coraggio..
ho stretto la mano a due zingare per compiacerti, tesoro. ho resistito ai loro scherni e al loro alito. poi ho messo le mani in tasca a controllare la proprietà.. spicci e telefono. alla paura di perdere il possesso no, non ho resistito.
lei non mi degna di uno sguardo, non acciuffa la mia pena latente.
lei è tutta una richiesta un silenzio. un perdono a volte una lacrima.
ti scollerei di dosso la calura del cotone.
ricameremo insieme tracce d’olio sulla pelle.
quando te ne sarai accorta saremo già una cosa sola.
oppure tu sarai morta e io ballerino nel tuo oceano di sangue leo-zepardato
ti ho attesa invano. seguita invano. perseguitata dal marciapiedi opposto.
ho aspettato con successo autobus urbani. boicottato i depistaggi. linea 32, via Quintino Sella. ho multato la mia mancanza di biglietto. ridicolizzato la mia camminata da giovane innamorato.
innamorato di cosa poi..? di te, mi suggerisce l’incoscienza.
resiste solo l’incoscienza. solo lei a renderti gloria.
ho deciso di non ucciderti. di essere un maniaco sui generis. magari un giorno ti renderai conto di me. che in effetti a parte la domenica non ti ho mai cacata più di tanto.
la mia incoscienza in crisi ti ha lasciata pure lei.. però.
in effetti il tuo ricordo non mi dilania più di tanto. non come la rabbia verso chi mi deve dei soldi. o peggio verso quelli a cui li devo.. o verso di me che non riesco a dipingerti.
e ora tesoro.. scusa, ho cose meno serie a cui pensare.
no, non deluderti. non sono più la tua docile ombra.
la mia strada stavolta va davvero verso la tua. non ti inseguo più.
non assaporo il tuo respiro che tieni geloso per te.
ti ha lasciata per un’amante che non c’è ma tu non lo saprai mai.. che non c’è.
se vuoi, continua a voltarti e a temermi, pensa ancora che ho occhi solo per te.
scompaio a destra ora. è la mia strada che mi chiama.
Mettiti davanti alle poste e rapina le vecchiette che hanno appena preso la pensione. Ehm. Bene. Quando arrivi alla ventesima vecchietta forse avrai abbastanza soldi per comprarti una pistola. Con quella vai a derubare un supermarket di un pakistano. Rubagli tutti i pacchetti di patatine che ha. Dovrai essere affamato dopo tutte quelle vecchiette. Riposati un secondo, poi pulisci il calcio della pistola e buttala in un cassonetto. Non vuoi mica farti beccare. Benissimo. Ora, finalmente, potrai vincere migliaia di euro, non ti resta che iscriverti a “Il Milionario”. Conosco un tipo che ha vinto un sacco di soldi. Fidati, funziona. E comprati pure un biglietto della lotteria già che vai a Roma. Oppure delle azioni. Investile. Oggi è così che ci si fa la grana, figliolo. Di borse, tanto, già te ne intendi, quindi. Oh, guarda là, bellissimo…
C’è un asino che vola.
Attenzione: la lettura di questo racconto ti costerà quattro minuti della tua vita. Lo dico per il semplice fatto che ora sei ancora in tempo per lasciarmi perdere e tornare alla tua vita.
Lo ammetto: ci sono cose molto più importanti da fare che leggermi. In quattro minuti ti fai una sveltina, una partita a flipper, puoi perfino scaccolarti il naso fino in fondo.
Te lo pulisci ben benino e poi inizi a respirare a pieni polmoni, o a piene narici, che dir si voglia. Che ne pensi? Ancora qui. Le dita nel naso non si mettono, be’ come vuoi. Sei testardo. Allora ti convinco io, ascolta.
Io a dodici anni non sono mai stato in riformatorio, non le ho mai viste di tutte i colori. A dodici anni la peggiore bravata l’ ho fatta quando sono rimasto fino alla fine a vedere alla televisione il film delle 20.30. Seduto sul divano con i miei.
Non sono un cacciatore di teste, né un vampiro. Non sto sotto terra, né tre metri sopra il cielo.
Non ho mai fatto un’ operazione per cambiare sesso, sebbene me lo abbiano consigliato in molti. Non sono mai stato violentato, tanto meno da un parente. Se la polizia mi ferma non succede che mi perquisisce il pacco così poi misteriosamente scoppia l’ orgia. Non ho una dipendenza isterica dall’ alcol, e non ho mai ucciso nessuno, neanche per sbaglio.
Lo dico con un certo rammarico. A quest’ ora venderei molto di più.
Me ne dispiaccio; ho avuto un’ esistenza, che tu, mio ipocrita lettore, definiresti normale. Non ho cercato di far assomigliare la mia vita all’ arte. Non sono stato un eroe. Non ho guidato slitte trainate da renne né mi sono mai lanciato dai palazzi con addosso una mutanda rossa. Sono simpatico probabilmente solo quando cammino in ginocchio e la mia ironia spesso confonde anche me. Dimentico qualcosa? Ah, sì, non sono poi tanto alto.
Probabilmente Brad Pitt si rifiuterebbe di interpretare il mio ruolo nel film ispirato alla mia vita. Film che, tra l’ altro, nessun regista girerebbe. I miei drammi non ci starebbero bene con una colonna sonora di Morricone. Le donne che ho avuto non avevano le tette di Pamela Anderson, né il sex appeal di Julia Roberts. Per questo non riesco a spiegarmi come io abbia fatto ad amarle.
Ci ho pensato a lungo. Potevo benissimo iniziare ad annoiarti con una prosa ostica, magari con innumerevoli descrizioni di visioni da scrittore in acido. Ma mi dispiace, non sono neanche Nick Cave. Ho voluto mettere per benino le cose in chiaro, ma se sei arrivato fin qui non ti azzardare a dare la colpa a me, perché è tutta colpa tua.
Questa che ti racconto è una storia che potevi benissimo scrivere tu, se solo non perdessi il tuo tempo a leggere e a vedere film inutili. E’ una storia che non ha bisogno di effetti speciali. La potresti vedere con i tuoi occhi. Basterebbe che, un giorno, tu uscissi di casa.
Svegliati. Lavati i denti, mettiti una maglia col cappuccio e infilati delle mutande rosse in testa. Poi vattene in giro così.
No, sto scherzando… Ti avevo avvisato che non ero simpatico e tutto il resto.
Va bene, insomma, non perdiamo tempo che ho solo quattro minuti. Ti puoi vestire come vuoi. L’ importante è che esci di casa. Vattene in centro, magari di mattina. Ed inizia a camminare. Scruta la gente. Quella che passeggia, quella che guarda le vetrine. Quella che cammina con passi svelti, con facce indaffarate. Quella che sembra avere sempre qualcosa da fare. Che sta facendo tardi ad un appuntamento fondamentale. Ecco. Ora scegliti una persona. Una persona a caso, o una persona che ti attira. Una persona normale, speciale. Bella, brutta. Quello che vuoi tu.
Dopodichè inseguila. Nick Belane (un idiota alcolizzato) era il più dritto investigatore di Los Angeles non vedo perché non potresti esserlo anche tu. Intendo un investigatore, non un idiota alcolizzato, quello richiede più esercizio.
Pedinala. Vedi cosa fa. Scruta ogni particolare. Prendi appunti, se vuoi. Registralo su un mp3. Vedi dove lavora, dove abita. Scopri se ha una moglie. Se la tradisce. Scopri quanti cucchiaini preferisce nel caffè quando lo ordina nei bar. Te lo assicuro è meglio della televisione. Meglio del Grande Fratello. La storia è lì davanti a te. Ed è interattiva. Pensaci. Un giorno potresti parlargli.
Potresti entrare nel film che prima stavi solo guardando. Decidi tu, puoi essere una comparsa, l’ attore principale. Basta recitare un copione.
Questo è meglio del cinema. Non costa una lira. A parte il rimborso spese, che nessuno effettuerà. Se trovi una persona che abita in un’ altra città, che sta per prendere un treno. Bè, lì le spese aumentano. Ma addebitale a me. Mi metto a scrivere un libro in cui mi scopo il cadavere di mia nonna e ti rimborso il biglietto.
Io l’ ho fatto. Intendo il pedinamento non la necrofilia, mia nonna è viva e vegeta. Poi fammi sapere come è andata, eh...
Ah, comunque...5, 4, 3, 2, 1...fregato!
Supereroe distruttibile.
Mi chiudo fuori casa quando la notte cala, per spiare il crimine dallo spioncino del portone.
Ho una corazza di paglia e fango, che mi crolla addosso ad ogni terribile soffio di vento a cui dono nomi di donna.
Divento nero quando il giorno sparisce.
Sparisco e a me.. non mi trovano più.
Difendete da soli poi i vostri cazzo di castelli.
Un euro e venti al chilo su uno scaffale della Conad dei cinesi.
Dalla serranda spio rumori consueti annotando ogni minima stonatura sul mio strumento scordato.
Distrattamente catturo profili e donne e le loro ombre impresse sulle pareti rugose dei nidi d’amore. Non sono solo.
Organizzo droga party in cui si muore ed ho un sacco di nemici. Morti.
Sotto la corazza ho un distintivo che vi richiama tutti all’ordine.
Il terrore sui vostri volti inebetiti.
Sotto il binocolo da guardone ho un fucile d’imprecisione pronto ad accarezzarvi il colon a lume di candela. Romanticismo bathroom.
Potevo uccidere Kennedy e non l’ho fatto. Odio andare in tv.
Ho massacrato dodicimila bosniaci musulmani del cazzo, bevendo per mille giorni champagne e grumi di sangue, e nessuno ha parlato di me.
Tutti impegnati a guardarsi l’ombelico “ma com’è fuori il tuo ombelico mamma mia guarda dio mio che schifo”
Non ti vendo giornalini per strada, non sono il collettivomensa.
Piuttosto mi faccio tatuare su ogni strappo di carta igienica per restarti impresso indelebile sul culo peloso.
Arruolarti nel mio esercito di pannacotta e combattere la mia guerra casa per casa. E offrimi un dolcetto elettromagnetico appena sfornato dalla radio satellitare.
Dirti che tutto va va tutto bene recediamo un poco ma solo un po’ e se non la smetti di sorridere ti licenzio ma l’hai voluto tu e ora prova il nuovo ActiviaPlus.
Organizzerò un reality sciò di malattie veneree abbandonate in foreste di peli pubici.
Prevedrò il tempo in combutta coi negri venditori di ombrelli.
E per darmi ragione mi compro un’altra cazzo di magliettina blu
Cammino meno e cammino meglio e cammino di culo e non di cervello
Certo, esistono i pastori, i cittadini di collina e i barboni underground
Io che odio le api in tv e guardo il paesaggio solo se incorniciato.
Credete a me, io sogno Supermèn.
E il mio ombelico fa veramente shchifo.. accattatevìllo.