ascoltami ascoltarmi.
chessuono le mie parole, che suono le mie parole, che sono le mie parole, che sonno le...
chelinguaggio...
che idee...
boia barella chi smolla andazzo a smazzo cala l’asso.
collasso.
sovrastruttura di pensiero ricordati di me.
sovraristrutturiamo il pensiero di me.
dunque, blà bblà bbbiaggio, oltre, stavolta non mi prendi neanche tu.
vedo un ragazzo che non vedevo da tempo, anche se l’avevo incontrato pure ieri sera.
stavolta non so proprio che dire di tanto simpatico, però, lo guardo storto, lui sorride e mi guarda più storto.
chissa’addul’agg’canusciut’.
per fortuna non attacca a parlare, quindi continuo a camminare.
meno male.
chissàcumm’cazz’s’chiama.
mi chiedo.
se in questo momento fosse morta mia madre e io stessi strabuzzando gli occhi a questo ragazzo, per il semplice obbiettivo di farlo sorridere, cosa ne penserebbe mio padre?
uhcchefiiiga. sheik, sheik your ass, oh.
quanto avrà influito il divagare dei jeans aderenti a vita bassa sull’aumento degli stupri in italia? ma in romania, arrivano i jeans a vita bassa?
ho risolto anche questo problema. esportiamo la rivoluzione sessuale nell’impero ottomano.
fagocitiamo colori, sorrisi, voci.
ogni metro di strada divento sempre più grasso, soprattutto quando ci sono i giovani che spingono.
ho fatto dei calcoli a mente per avere l’effettiva densità di popolazione in un metro quadrato di questa via.
purtroppo mi sono perso sulle divisioni.
ho diverse ragazzine davanti e dietro. carine, ma la mamma? ah, salve signora...
mantengo le mani in alto.
me ne sono tutti riconoscenti, soprattutto i vecchietti.
nessuno parla, qualcuno grida, di dolore.
ne approfitto, per parlare.
ho un altro obbiettivo, civilizzare popoli, soprattutto quelli a me contingui nella calca.
alzo la voce il giusto che mi possano sentire quelle ragazzine lì.
no, no, quelle altre.
sì.
dunque...
ma anche perchè...
ah sorridi?
no, non faccio il classico, o meglio...
ti piaccio?
maddai...
proprio ora devi andare?
sì, signora, dicevo...
credo che uscirò al primo vicolo.
naaaaaa
continuerò...
nuovi ascoltatori forzati.
chebbello...
dicevo...
sapevate che...
vabbè se mi dai una sigaretta sto zitto...
no no, sono proprio un intellettuale.
hai detto bene.
tiro su le mani?
non ero mica io...
era...
ma dove è finito?
mi ha lasciato la wagnona.
che faccio non bevo?
tu che ti aspetti da me? spettacolo, darò spettacolo...
vuoi le storie?
e come no?
la sai di quando mi hanno cacciato di casa?
già te l’ho...
quando ho conosciuto le svedesi?
ecchecà...
aspè...ce l’ho...
quella volta che stavo depresso...?
oh! aspè! dovecazz...
dai rimani, ti offro da bere...
oh, ma tu shei il mio barishta preferito...
no, allora...
pagano le ragasshe...
no, vi spiego tutto...
ragashe, ma a voi san gerardo vi protegge?
ecco...
non importa se siete innamorate, felici e non cercate storiacce...
voi amate il collettivomensa?
che c’entra che il collettivomensa è un’entità!?
si amano solo le idee...
mica le persone...
beh, tutto è un’idea...
girati intorno.
è fatto tutto di idee...
lo vedete quel palazzo lì?
beh, anche quello era un’idea...
prima che qualcuno lo costruisse, lui stava dentro la testa di qualcuno...
sì, insomma, ci sgretoleremo.
le idee si sgretolano...
beh, io posso essere io...
però anche l’idea...dì, inventatevi qualcosa!
un attimo solo che vado a vomitare.
ohccè la mia ragasha...
no, pure tu sei la mia ragasha...
tutte ragashe...
tutte bagash...
barista migliore del mondo! sì...un white russian!
no no...quella era red...
ma che ne vuoi capire?
come faccio a sapere tutte ste cose?
palestra!
bbià...se stai a firensha che cazz!
c’è paolho...
sempre che usi la violenza...
io ti civilizzassi...
così...
vuoi che ti racconti una storia?
oh! paolho! ma non mi dovevi menà?
il mio miglior che?
ma shei un uomo o una tomba?
‘ndiamo al concerto...
bello stand di magliette...
dunque tu ti chiamerai concetta, da stasera.
cinzia?
non importa...
la rivoluzione deve...
concetta tu sei per me, ciuccio cavallo e re.
lavori?
allora senti, la rivoluzione deve partire dal basso.
no, no. roy è proprio nu scemo.
senti, perchè al posto delle sue magliette non vendi le magliette mie?
usate.
dici che sono sue.
usate.
e perchè al posto dei cd non vendi dei cd masterizzati da me.
sei ore in cui si dice: collettivomensacollettivomensacollettivomensa ad libitum.
roy, è proprio nu scemo...
la rivoluzione deve partire dal basso, vogliamo il pubblico sul palco.
roy è proprio...
ah eccolo.
roy, roy...!!!
ti volevo dire...sei proprio...
un grande!
yeah...
sono il collettivomensa, sì, sono nato personaggio famoso.
mica come te.
offri da bere?
no?
roy sei proprio...
oh fate largo...
ragà...
ragà???
fate largo...
roy spostati, sta passando il collettivomensa.
Come voi sarete io vorrò che così sia.
Magliettina intima, anzi Intimissima, blu, in microfibra.
Sulla tìscèrt c’è poco da decidere, l’importate è che ci sia una scritta bianca, arcuata e ben in vista. Possibilmente a sfondo blu, maniche corte attillo attillo che la gobba non la si deve nascondere per rendere onore al vero.
Dura è ricordarsi di essere nati dritti in un mondo di dritti.. e di essere diventati storti in un mondo di rimasti dritti.
Mi hanno assicurato che il blu non va di moda.
Uno che si distingue dalla massa.. un tipo rock insomma.
Mi riscaldo bevendo sbirra calda, tanto le ragazze non possono saperlo. Che è calda.
Sono immune ai sorrisi, ai bronci, al tetano, alla prima, terza e sesta malattia. Al tifo anzi no al tifo no.
Cammino a testa obliqua sapendo dove non arriverò.
Alle passanti piace, oltre che passare, anche vedere un uomo che va a zonzo.
Io ho l’aria da zonzo. Io quasi non respiro.
Il freddo mi ghiaccia il viso, i polmoni e la pelle e le labbra che viola un poco stonano con il mio aspetto tendenzialmente blu.
Cerco di non pensarci altrimenti mi irriterei da morire.
Quasi quasi allora mi ricordo di un brutto giorno quando ero piccolo che non voglio più ricordare. Tre passi, falsi, e me lo dimentico. Menomale.
Non ho fame ma entro nella mia trattoria di sfiducia con aria di sfiga.
La stessa trattoria da undicimilacinquecentolire a cena e diecimilalire a pranzo dove mi avvelenarono quattro anni fa.
Ordino le stesse cose di sempre. Lancio ridicolissime battute alla cameriera che, stanca e mica tanto, non ride.
Poi sorride perché un cliente dietro di lei le ha dato un pizzicotto sul sedere.
Lo sapevo io che l’intellettualità non serve a un cazzo in questi casi.
“basta così? Vuole qualche cosa di altro?” mi domanda lei, orecchie da lombrico;
“no – cerco una battutaccia.. uhm.. puf – no, sa qual è la cos.. anzi no, basta così”.
Stanco di dare e vogliosissimo di ricevere.. per favore, per favore datemi.
Lei, però, sorride. Alla pena un sorriso non lo si nega mai.
Mangio come un ossesso. Brindo con pessimo vino annacquato al nuovo ragazzo della mia ragazza.
Mi racconto di seguito la mia prima seconda e terza volta. Mi dico anche qualche romanzesca bugia.
Ma ad un certo punto esagero con le balle e inizio a dubitare di me.
Grandi storie però c’ha da dire questocquà, devo ammetterlo.. questocquà che sarei me.
Mi ubriaco giusto un po’, pago, ringrazio la camerira di non avermi avvelenato.
Lei mi da un bacio in fronte, occhi da tartaruga.. “alla prossima” mi dice.
Lei ha cinquanta anni spesi male ma portati ugualmente male.
Gran bella storia quella della sua vita, tento di ricordarla, mi concentro. Sì, bella storia quella, 50 anni dati all’eroina e mai uno perso alla ricerca di un sogno.
Dormire si sa, fa venire voglia di veleno.
Sognare ancora peggio. Meglio non sognare dunque.
Cinquant’anni.. cazzo. Bel culetto però deve avere avuto.
Sì. Faccio tre passi e cado ma non tocco terra con le mani, quindi ufficiosamente non sono proprio caduto.
Mi guardo intorno con sospetto sospettando di chiunque sostenga il contrario. Uhm.
La via di casa è bellissima. Tanti monumenti, tanta bella gente del cazzo, locali stracolmi là e là, gonnelline al vento a scoprire calze spesse tre o più centimetri; puzza di vita e puzza di fogna.
La mia strada verso casa è fatta di porfido levigato dal tempo.
Il mio cammino è un tentativo di calpestare la strada senza far uscire il piede dai blocchi della pavimentazione.
Intorno a me nessuno sostiene il contrario, quindi la vittoria è valida.
Arrivo a casa, salgo le scale di corsa, apro la porta e corro subito in bagno.
Faccio pipì nel bidè del bagno del mio coinquilino che però mi sta moltissimo simpatico e che gli voglio tanto bene.
Vado in cucina, sono solo, i miei amici si staranno divertendo a quest’ora.. falliti.
Accendo la tivvù e mi disinteresso dei programmi, aspetto con ansia la pubblicità ma è tardi e ne fanno troppo poca. Il televideo mi annoja. Mi disinteresso anche di aspettare la pubblicità e rollo una canna.
Mi sdraio sul divano ma prima di farlo nutro il mio compagno coniglietto nano dandogli una gustosa carotina. Gli do un bacio e gli faccio una carezza sotto il pancino. Gli rubo un pochino di carota. Crock. Buona, debbo dire.
Penso che sono pochettino stronzo ma razzolo molto meglio di come predico, quindi mi rassicuro.
Mi sdraio sul divano, mi copro con una copertina di peli di orso. Appiccio lo spinellino e mo lo fumo con una frenesia tipica delle persone frenetiche.
Mi addormento e mi sveglio di botto dopo meno di un secondo.
Alzo gli occhi, in tivù c’è la pubblicità, evvai.
Bevo acqua per non morire disidratato.
Allora mi fumo una tossicissima sigaretta e dolcemente.. muoio.
Prima di regalarmi alla morte, però, sorrido.
Lo sapevo che quella zoccola della cameriera si sarebbe ricordata della sua vendetta.
Io, suo pusher di sfiducia che più di una moltitudine di volte tentò di avvelenarla.
Ora rantolo nel mio vomito che sa di cozze.
bel culetto però deve avere avuto la camer…